Zerbo  

FOTOLABORATORIO

 

 

Solo il lavoro fatto in profondità,

  con impegno e coinvolgimento totale,

  può davvero aver valore.

                                 Werner Bischof

 

 

La storia

 

La storia della fotografia narra che l’ottica e la chimica su cui si basa il processo fotografico era già conosciuto nell’antichità, ma solamente nei primi anni dell’ottocento i due processi sono confluiti in una sintesi che ha permesso di fissare per la prima volta un’immagine su di una lastra di peltro spalmata con una sospensione bituminosa di sali d’argento.

La camera oscura fu ideata molto tempo prima che i procedimenti di cui sopra fossero attuabili, già Aristotele oltre 300 anni a.C affermava che da un foro praticato su di una parete di un ambiente oscurato, un raggio luminoso proveniente dall’esterno proiettava sulla parete opposta l’immagine capovolta dell’ambiente esterno. Infatti artisti famosi come (Canaletto, Durer) usarono questo procedimento per disegnare i contorni dell’immagine proiettata con notevole precisione prospettica. Per fissare l’immagine senza doverla ricalcare a mano dobbiamo attendere il 1727 con la dimostrazione sperimentale della sensibilità alla luce del nitrato d’argento rilevata dal Tedesco J.H Schulze.

Nel 1841 l’Inglese William Talbot riuscì a mettere a punto un procedimento che consentiva la stampa di un numero illimitato di copie partendo da un unico negativo. E’ comunque interessante notare che i pionieri di queste nuove tecniche non furono scieziati ma piuttosto artisti. I fotografi di quei tempi erano costretti a portarsi appresso un carico notevole per svolgere la loro professione, c’era bisogno di un carro dove allestire la Apparecchio smontabile di Charles Chevalier (1840)camera oscura un tre piedi e una fotocamera pesantissima, era indispensabile possedere nozioni di chimica ed ottica e una considerevole abilità manuale per preparare le lastre, senzibilizzarle e svilupparle.

Nel 1884 l’americano George Eastman fabbricò le prime pellicole in rulli da 24 pose e nel 1888 lanciò sul mercato un apparecchio di soli 18 cm di lunghezza che conteneva un caricatore da 100 pose. Dotato di fuoco fisso e una velocità di otturazione da 1/25 sec. dopo l’ultimo scatto l’apparecchio doveva essere mandato alla casa madre la quale provvedeva allo sviluppo e alla ricarica del rotolino.

Tutta questa operazione aveva un costo di 25 dollari. Lo slogan con cui questa operazione veniva pubblicizzata era: “Voi premete un bottone noi facciamo il resto” il termine onomatopeico era Kodak divenuto in seguito molto famoso nella storia della fotografia. Le cronache storiche dell’esposizione mondiale di Parigi del 1900 parlano di una foto di 1,35×2,40 mt. che ritraeva un treno della Alton Railroad Co. di Chicago, la quale fu premiata dalla giuria con la medaglia del Gran Premio Mondiale.

Per Scattare questa foto costruirono una macchina fotografica lunga 4 mt del peso di 650 Kg. che usava speciali lastre di vetro del peso di 225 Kg. Fu montata su un carro ferroviario e servivano 16 persone per manovrarla. Edwin Land (inventore Polaroid)Nel 1947 Il chimico Edwin Herbert Land grazie alle sperimentazioni sulla fotografia istantanea, ovvero la possibilità di sviluppare la foto all’interno della macchina inventò il sistema Polaroid.

Gli studi sulla fotografia elettronica hanno portato nel 1990 alla produzione di macchine fotografiche che registrano su un dischetto magnetico immagini a colori che possono essere viste immediatamente su di un TV o su di un computer.

 

L'invenzione della fotografia

Nei primi anni dell 1800 l'inglese Thomas Wedgwood, ceramista inglese di quel tempo, sperimentò l'utilizzo del nitrato d'argento, prima rivestendone l'interno di recipienti ceramici, poi immergendovi dei fogli di carta o di cuoio esposti poi alla luce dopo avervi deposto degli oggetti. Si accorse che dove la luce colpiva il foglio, la sostanza si anneriva, mentre rimaneva chiara nelle zone coperte dagli oggetti. Queste immagini, però, non si stabilizzavano e perdevano rapidamente contrasto se mantenute alla luce naturale, mentre riposti all'oscuro potevano essere viste alla luce di una lampada (a olio) o di una candela. Utilizzò anche il cuoio come materiale e sistemò dei fogli sensibilizzati all'interno di una camera oscura senza però ottenere risultato alcuno. A causa della salute cagionevole non poté proseguire negli studi che nel 1802 l'amico Sir Humphry Davy descrisse sul "Journal of the Royal Institution of Great Britain", annotando però che non era stato compreso il meccanismo per interrompere il processo di sensibilizzazione. La corrispondenza con James Watt, fa ritenere che nel 1790 - 1791 avvenne la prima impressione di un'immagine chimica su carta.

Joseph Nicéphore Niépce si interessò della recente scoperta della litografia e approfondì gli studi alla ricerca di una sostanza che potesse impressionarsi alla luce in maniera esatta mantenendo il risultato nel tempo. Il 5 maggio 1816, Joseph Niépce scrisse al fratello Claude del suo ultimo esperimento, un foglio bagnato di cloruro d'argento ed esposto all'interno di una piccola camera oscura. L'immagine risultante apparì invertita, con gli oggetti bianchi su fondo nero. Questo negativo non soddisfece Niépce, che proseguì la ricerca di un procedimento per ottenere direttamente il positivo. Scoprì che il bitume di Giudea era sensibile alla luce e lo utilizzò nel 1822 per produrre delle copie di una incisione del cardinale di Reims, Georges I d'Amboise. Il bitume di Giudea è un tipo di asfalto normalmente solubile all'olio di lavanda, che una volta esposto alla luce indurisce. Niépce cosparse una lastra di peltro con questa sostanza e vi sovrappose l'incisione del cardinale. Dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare dell'incisione, sensibilizzò il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La superficie rimasta scoperta venne scavata con dell'acquaforte e la lastra finale poté essere utilizzata per la stampa. Niépce chiamò questo procedimento eliografia e lo utilizzò anche in camera oscura per produrre dei positivi su lastre di stagno. Dopo l'esposizione alla luce e il successivo lavaggio per eliminare il bitume non sensibilizzato, utilizzò i vapori di iodio per annerire le zone lavate dal bitume. A causa della lunghissima esposizione necessaria, fino a otto ore, le riprese all'esterno furono penalizzate dalla luce solare che, cambiando orientamento, rese l'immagine irreale. Maggior successo ebbero le eliografie con luce controllata, ovvero in interni, e su lastre di vetro.

Nel 1827, durante il viaggio verso Londra per trovare il fratello Claude, Niépce si fermò a Parigi e incontrò Louis Jacques Mandé Daguerre: quest'ultimo era già stato informato del lavoro di Niépce dall'ottico Charles Chevalier, fornitore per entrambi di lenti per la camera oscura. Daguerre era un pittore parigino di discreto successo, conosciuto principalmente per aver realizzato il diorama, un teatro che presentava grandi quadri e giochi di luce, per cui Daguerre utilizzava la camera oscura per assicurarsi una prospettiva corretta. A Londra Niépce presentò l'eliografia alla Royal Society, che non accettò la comunicazione perché Niépce non volle rivelare tutto il procedimento. Tornò a Parigi e si mise in contatto con Daguerre, con il quale concluse nel dicembre 1829 un contratto valido dieci anni per continuare le ricerche in comune.

Dopo quattro anni, nel 1833, Niépce morì senza aver potuto pubblicare il suo procedimento. Il figlio Isidore prese il posto nell'associazione con Daguerre, ma non fornì alcun contributo, tanto che Daguerre modificò il contratto e impose il nome dell'invenzione in dagherrotipia, anche se mantenne il contributo di Joseph Niépce. Isidore firmò la modifica pur ritenendola ingiusta. Il nuovo procedimento era molto diverso rispetto a quello originario preparato da Joseph Niépce, quindi si può ritenere in parte corretta la rivendicazione di Daguerre. Natura morta, dagherrotipo del 1837, ad opera di Louis Daguerre Nel 1837 la tecnica raggiunta da Daguerre fu sufficientemente matura da produrre una natura morta di grande pregio. Daguerre utilizzò una lastra di rame con applicata una sottile foglia di argento lucidato, che posta sopra a vapori di iodio reagiva formando ioduro d'argento. Seguì l'esposizione alla camera oscura dove la luce rendeva lo ioduro d'argento nuovamente argento in un modo proporzionale alla luce ricevuta. L'immagine non risultava visibile fino all'esposizione ai vapori di mercurio. Un bagno in una forte soluzione di sale comune fissava, seppure non stabilmente, l'immagine. In cerca di fondi, Daguerre fu contattato da François Arago, che propose l'acquisto del procedimento da parte dello Stato.

Il 6 gennaio 1839 la scoperta di una tecnica per dipingere con la luce fu resa nota con toni entusiastici sul quotidiano Gazette de France e il 19 gennaio nel Literary Gazette. Il procedimento venne reso pubblico il 19 agosto 1839, quando, in una riunione dell'Accademia delle Scienze e dell'Accademia delle Belle arti, venne presentato nei particolari tecnici all'assemblea e alla folla radunatesi all'esterno. Arago descrisse la storia e la tecnica legata al dagherrotipo, inoltre presentò una relazione del pittore Paul Delaroche, in cui furono esaltati i minuziosi dettagli dell'immagine e dove si affermò che gli artisti e gli incisori non erano minacciati dalla fotografia, anzi potevano utilizzare il nuovo mezzo per lo studio e l'analisi delle vedute. La relazione terminò con il seguente appunto di Delaroche: « Per concludere, la mirabile scoperta di monsieur Daguerre ha reso un servizio immenso alle arti. » (Paul Delaroche) Daguerre pubblicò un manuale (Historique et description des procédés du dagguerréotype et du diorama) tradotto ed esportato in tutto il mondo, contenente la descrizione dell'eliografia di Niépce e i dettagli della dagherrotipia. Con il cognato Alphonse Giroux, Daguerre si accordò per la fabbricazione delle camere oscure necessarie.

Costruite in legno, furono provviste delle lenti acromatiche progettate da Chevalier nel 1829. Questi obiettivi avevano una lunghezza focale di 40,6 cm e una luminosità di f/16, il costo si aggirava intorno ai 400 franchi. Anche se il procedimento fu reso pubblico in Francia, Daguerre acquisì un brevetto in Inghilterra, con il quale impose delle licenze per l'utilizzo della sua scoperta. In Italia i primi esperimenti di fotografia sono condotti da Enrico Federico Jest e da Antonio Rasetti nell'ottobre del 1839 con un macchinario di loro costruzione basato sui progetti di Daguerre. Le prime fotografie italiane sono vedute del Templio della Gran Madre, di Piazza Castello, e di Palazzo Reale, tutte a Torino. In Cina è bene sottolinearlo, più o meno contestualmente, l'elite culturale non rimane del tutto insensibile all’indagine fotografica. La testimonianza più eloquente è il cantonese Zou Boqi (1819-1869) che è stato, con ogni probabilità, un letterato, esponente della classe dirigente cinese, matematico particolarmente versato alla cartografia, con uno spiccato interesse verso la scienza tecnologica e soprattutto i nuovi sistemi riferibili alla visione. Egli in concomitanza alla pubblicazione delle scoperte compiute in Occidente,realizza quella che viene considerata la prima fotocamera cinese, così come testimoniano anche diverse fonti locali sulle teorie della fotografia, risalenti attorno al 1840.

 

 

 

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